Muoversi tra i criteri e livelli di lettura e analisi

- Il caso dell’ottava puntata di Brothers and Sisters, intitolata “Ci sono stati degli sbagli” -

Del Gruppo “I cani di Biddaalandia” (Valerio Faedda, Claudia Pecorari, Simone Ruiu, Francesco Sardu, A. Maria Satta e Giovanni Usai).

Esistono livelli di analisi diversi su cui è necessario soffermarsi. Il primo è sicuramente quello narrativo.

Partiamo dalla teoria del Butterfly Effect, secondo cui il battito d’ali di una farfalla in un indefinito posto nel mondo potrebbe determinare una tempesta in un altro luogo. Spieghiamo meglio.

Le macro conseguenze (nello specifico caso di B&S accade le conseguenze del conflitto iracheno) portano spesso ad una serie di micro conseguenze che si ripercuotono all’interno dell’ambito familiare, lavorativo, scolastico e via dicendo. A questo punto, suddetta teoria risulterebbe rovesciata, ossia, da una grande causa si determinano micro e macro conseguenze. E’ questo l’esempio che ci porta con un filo diretto dalla caduta delle torri gemelle alla ferita della figlia provocata da un frammento del bicchiere che proprio al momento dell’attacco dell’11 settembre (noi lo vediamo in flashback) cade dalle mani del padre (che in seguito scopriremo essere morto).

Se poi andiamo ad analizzare la simbologia del bicchiere, vediamo che esso rappresenta il contenitore dell’essenza della famiglia dipinta dagli autori del telefilm, che in seguito all’attacco subirà ovviamente una trasformazione. La conseguenza successiva sarà il primo arruolamento del figlio più piccolo, che a sua volta porterà alla macro conseguenza principale: la guerra in Iraq.

Si ha quindi un’escalation di conseguenze l’una collegata all’altra e che seguono un percorso circolare che si ricongiungerà all’ultima conseguenza che altro non è che quella da cui tutto è partito, ossia l’attacco alle torri.

Sempre dal punto di vista del livello narrativo è importante analizzare il cambiamento degli orientamenti nel telefilm, che in realtà rispecchiano in maniera perfetta le dinamiche che ancora oggi le strutture familiari americane stanno attraversando. Infatti, mentre subito dopo l’attacco il figlio minore decide di arruolarsi all’esercito di sua spontanea volontà, nell’ottava puntata del telefilm le dinamiche narrative si rovesciano. Il ragazzo, dopo aver ricevuto l’avviso di arruolamento per la seconda volta, ci appare disperato, pronto a fare di tutto per disertare la chiamata alle armi. Questo accade perché, dopo aver visto la tragedia della guerra consumarsi proprio davanti ai suoi occhi il ragazzo è terrorizzato dal doverlo riaffrontare. Quindi ci accorgiamo bene come le dinamiche immediatamente successive all’attacco delle torri sono assai diverse dalle dinamiche della società civile odierne.

Questo punto ci porta per via diretta ad esaminare un altro livello di analisi collegato strettamente alla conseguenza immediata dell’impossibilità di evitare la chiamata, ossia il rifugio del figlio minore nell’overdose, nella droga. Questo naturalmente riguarda più da vicino un livello meramente sociale, in cui il trauma della guerra si riflette nella famiglia con l’esempio, appunto, della droga.

Sempre al livello sociale è possibile altresì analizzare come la famiglia ripresa nel telefilm rappresenti un perfetto spaccato e un perfetto microcosmo stereotipato della società americana. Infatti i personaggi principali sono: il padre saggio e solenne (rappresentazione di quella parte civile liberale che concordano con l’assurdità della guerra ma che al contempo considerano una risposta ferma e decisa del governo come indispensabile e necessaria), la madre fragile e democratica (la quale rappresenta quella parte ferma e decisa di pacifisti che considera la guerra come una barbarie), la figlia repubblicana (che simboleggia una parte di attivisti decisi e militanti) un altro figlio gay e il figlio minore militare pentito. Troviamo dunque grosse similitudini con la società civile americana post-11 settembre.

Dal punto di vista del livello culturale potrebbe risultare utile ragionare per assurdo al contrario. E ci poniamo una domanda: sarebbe plausibile rovesciare il punto di vista di osservazione occidentale per arrivare ad un punto di vista di osservazione mediorientale, dove tutti gli eventi scatenati dall’attacco alle torri (esso stesso compreso) potrebbero essere visti come un successo e non come una tragedia? Il dubbio permane…

Infine arriviamo ai tre ultimi livelli fondamentali che ci riportano all’inizio della nostra relazione dopo aver seguito un percorso circolare.

Perciò passiamo al successivo passo di analisi che riguarda il livello produttivo dei media.

E’ assolutamente evidente come oggi, a differenza del passato recente post-11 settembre, i media attuino un meticoloso processo mirato ad un’azione correttiva o di propaganda nei confronti della guerra. In parole povere, mentre nella prima amministrazione Bush anche i media fecero la loro parte nel volgere l’intera opinione pubblica americana (e mondiale) a favore di un attacco all’Iraq, periodo in cui troviamo molti prodotti mediali che spalleggiano, sostengono e rendono mitica la guerra (come ad esempio The Shield, Pealr Harbor, Band of Brothers, ecc.) dove vengono decantati il coraggio e le virtù degli americani impegnati nella guerra, nella seconda amministrazione Bush le cose cambiano ed in maniera netta!

Infatti i media seguono il tendenziale cambio di strategia della Casa Bianca, che non è più l’intento di convincere gli americani che gli Stati Uniti hanno avuto ragione nell’ingresso in guerra o che gli americani stanno vincendo in Iraq. Oggi il cambio di strategia riguarda l’ammissione di colpa e di responsabilità da parte dell’intera società civile repubblicana, che oggi riconosce lo sciagurato errore del conflitto. Ma questo cambio di strategia riguarda anche in particolar modo il motivo principale che lo riguarda essenzialmente, ossia che l’ammissione di colpa viene resa pubblica per far capire alla società civile americana che il governo ha agito, seppur sbagliando (ecco l’ammissione), nell’interesse di proteggere e salvaguardare il popolo americano. E’ questa essenzialmente la misura correttiva attuata sordidamente dai media, che in realtà altro non è che un’azione di propaganda. Questo viene testimoniato da vari prodotti mediali seriali e cinematografici (Brothers & Sisters, The Kindom, Lions for Lembs, ecc.). E’ estremamente curioso constatare come vi è una forte analogia con il periodo della guerra del Vietnam, dove in un primo momento vengono presentate agli americani una serie di menzogne per sostenere e giustificare la guerra, con i media anche qua a recitare una bieca propaganda. In seguito, quando era oramai impossibile nascondere la verità, vi fu un repentino cambio di strategia nel governo e nei media che ancora oggi tendono a rappresentare (forse tardivamente) quella guerra come uno degli sbagli più grossi commessi dal governo statunitense.

Di qui, è collegata anche l’analisi del livello militare che riguarda in primo piano la “vita” statunitense all’interno della quale questi prodotti mediali agiscono. Infatti, mentre nelle conferenze stampa della prima amministrazione Bush il Pentagono non si è mai prodigato ad affermare un errore di strategia, ma anzi ha sostenuto faticosamente e decisamente la causa della guerra, oggi il cambiamento risulta chiaro, netto e molto imbarazzante. Infatti nella seconda amministrazione Bush, con una netta affermazione al congresso dei democratici, la rotta è decisamente cambiata e la linea governativa ha seguito una strada quanto mai cauta e a tratti perfino remissiva. Ora al pentagono infatti, dopo vari cambi al vertice, non si parla più di necessità di un conflitto, un conflitto giusto o di vittoria, ma si parla di errori, sconfitte e cambi di strategia: cronache di un fallimento annunciato e per la prima volta ammesso.

Infine chiudiamo la nostra relazione con l’analisi del livello più specificatamente politico, che altro non è che la chiusura di un cerchio, ossia lo sviluppo di una tesi che torna là dove era partita: all’attacco dell’11 settembre.

Per la prima volta dopo Pearl Harbor infatti gli USA hanno subito un vero e proprio attacco al loro interno, nel cuore del World Trade Center. A differenza di altri conflitti a cui gli americani hanno preso parte, come quello del Vietnam o la prima guerra del golfo, nel caso dell’11 settembre gli Stati Uniti hanno subito un attacco interno in piena regola e perciò le informazioni non potevano essere filtrate in nessun modo, ma quello che arrivava erano testimonianze oculari di chi quel tragico giorno aveva subito in prima persona il dramma dell’attacco. Gli americani hanno visto e sentito, forse per la prima volta nella storia moderna, gli eventi sulla loro pelle. E questo rappresenta assolutamente un fatto nuovo, poiché coinvolge tutte le infrastrutture e le sovrastrutture della società civile americana, all’interno della quale i prodotti mediali si sono fatti portatori di questo radicale cambiamento nei tempi e nei modi di narrazione.

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