Fata o criminale

di Roberta Riccio [Gruppo C.S.I - Cinque studentesse insospettabili]

Un tipico esempio di rottura di un immaginario è quello che, attualmente, il genere pubblicitario ci sta proponendo attraverso la televisione: il nuovo spot di Sky. Lo scenario è un aeroporto, più precisamente, l’angolo del check in nel momento in cui si trova a passare una carina, corpulenta e, apparentemente, affabile signora di una certa età, agghindata come fosse la fata della favola di Cenerentola e accompagnata dal relativo motivetto “BIDIBI BODIBI BU!”, tratto dal cartone animato della Walt Disney.

Questa cornice si rompe nell’attimo in cui il metal detector inizia a suonare, così come si trova generalmente a fare nel caso in cui qualcuno celi armi o oggetti pericolosi nel bagaglio.

Davanti a questo dato di fatto, il poliziotto, a suo malincuore, perquisisce la vecchietta e scopre che dentro la borsa nasconde una bomba, della dinamite e, nelle valigie, persino un bazooka. Tuttavia, i macchinari del check in continuano a suonare e il poliziotto, ancora in preda alla terribile sorpresa, è costretto ad indagare più a fondo, fino a scoprire che il motivo per cui il metal detector continuava a segnalare non era per il semplice possesso di armi ma perché urlava al falso: la gentile signora, infatti, non aveva quell’acconciatura, ma una parrucca e neppure quel volto, che, invece, era una maschera sotto la quale si nascondeva un criminale, un uomo di mezza età, travestito non per scelta o inclinazione personale ma per sembrare, assolutamente, insospettabile e, quindi, per aggirare gli eventuali ostacoli che l’avrebbero fermato nel compiere il suo tragico piano: un atto terroristico, il cui terrore è aumentato in relazione all’evento dell’11 settembre 2001.

La fase precedente alla rivelazione della sua vera identità crea stupore, indecisione, imbarazzo e incredulità perché mai si sarebbe pensato che una dolce nonnina potesse essere in grado di fare tutto questo. Infatti, fino al momento in cui rimaniamo convinti dell’autenticità del personaggio, oltre che sorpresi, restiamo delusi, svuotati e disorientati dall’aver scoperto che quel personaggio tanto positivo, che era stato in grado di aiutare una triste e sfortunata ragazza e che aveva suggerito che i sogni sono desideri e che, perciò crederci fermamente avrebbe condotto alla loro trasformazione in realtà, potesse essere una invenzione-narrazione ingannevole.

In altre parole, ci vediamo privati della soddisfazione di quel bisogno che corrisponde al sapere di poter contare sulla speranza e sulla possibilità del verificarsi di un lieto fine fino all’ultimo momento. Ci troviamo, cioè, soli, abbandonati e sconfortati dalla, spesso, triste e immutabile realtà; non sappiamo più in cosa credere, seppure consapevoli che quel personaggio tanto benevolo appartiene al mondo della fantasia, ma che, ormai, è stato assimilato a immaginario comune, tanto efficace, da coincidere, in diverse occasioni, al nostro inconscio, sfera dalla quale derivano, appunto, i sogni e i desideri che lei è chiamata a realizzare.

Quando scopriamo che di falso vi è anche e soprattutto l’identità della gentile signora, ci sentiamo (insieme al poliziotto, che rappresenta una sorta di proiezione dei telespettatori che assistono a questo scherzo del destino), da un lato, sollevati e, dall’altra, scandalizzati e infastiditi dal vedere “profanata” un’immagine così positiva, di cui si è minata la credibilità, ma, anche, dall’aver rischiato di “soffocare” quel bambino che vive in ognuno di noi, crede ancora nei sogni e rimane affascinato dalla magia.

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