“24″ e il cerchio ferito
Tra le serie serializzate in circolazione, “24” è, senza dubbio, una delle più innovative. Il telefilm, giunto alla sua sesta stagione (la settima è stata rimandata al 2009 in seguito allo sciopero dei sceneggiatori), in ogni serie ci presenta un viaggio lungo 24 puntate, 24 ore, 24 episodi carichi di tensione, di intensità, di azione. 24 puntate di intrighi, indagini, torture e lotte contro il tempo. La lotta contro il tempo è scandita dall’onnipresente orologio digitale che accompagna tutte le puntate e dalla tecnica dello “split screen”, che ci ricorda che ciò che stiamo vedendo in quel momento, che ciò che stiamo vivendo in quel momento, non è altro che una parte di un ingranaggio ben più complesso.
In “24” non ci si può fidare di nessuno. Del collega, del fidanzato o della fidanzata, della famiglia. In questa stagione Bauer scoprirà che dietro i tragici eventi del day 5 non c’era solo l’ex Presidente Logan, ma la famiglia stessa dell’agente. La serie comincia con Jack che viene rilasciato dai cinesi, che lo avevano rapito alla fine della quinta stagione per punirlo dell’irruzione nel consolato nel corso del concitato “Day 4”. A Jack viene inizialmente chiesto di sacrificarsi per scovare un pericoloso terrorista ricercato, ma dopo aver scoperto che in realtà il terrorista ricercato non è colui che sta dietro gli attentati, decide di fuggire e di iniziare la sua lotta contro i terroristi guidati da Fayed (l’uomo che ha chiesto la sua vita per vendicare quella del fratello ucciso da Jack).
Ma in questa riflessione che sto per fare la trama specifica della sesta serie non è rilevante. Ciò che mi interessa maggiormente è inserire il telefilm in un contesto semantico legandolo alla teoria del “Cerchio ferito” proposta da Francesco Dragosei nel libro “Lo squalo e il grattacielo” (2002).
Dragosei ha analizzato i miti e i fantasmi dell’immaginario americano, Il cerchio è uno spazio chiuso, separato. La superficie che contiene è delimitata e protetta dall’esterno. Il cerchio può rappresentare molte cose: una chiesa, il centro del mondo, un’isola accerchiata dal mare, ecc. Al cerchio vengono aggiunte due frecce. La prima ha la punta rivolta verso il ventre, la seconda freccia parte dall’interno del cerchio e ha la punta volta all’esterno. La freccia che punta verso il cerchio rappresenta un’entità, una forza, un nemico che minaccia il cerchio e desidera entrare per portare disordine, caos (ad esempio i terroristi della serie “24”); la freccia che, invece, punta verso l’esterno rappresenta l’eroe, la forza, l’idea che scaturisce dal ventre che esce allo scoperto per affrontare la minaccia, per minacciare a sua volta la minaccia, per difendere il cerchio, la stabilita, lo status quo (gli agenti federali che in “24” combattono i terroristi). Insomma, prosegue Dragosei, il cerchio con le due frecce potrebbe essere lo schema complessivo, il riassunto di gran parte della storia americana. Gran parte dell’immaginazione americana potrebbe essere racchiusa in quel cerchio.
La serie “24” parla di minacce, di sicurezza, di perdita e di ripresa del controllo. Gli americani sono ossessionati dalla sicurezza personale, dalla paura del diverso, dalle aggressioni da parte del diverso e la serie cavalca quelle che sono le paure più recondite e crea un eroe in grado di difendere lo status quo (aiutato da un solido gruppo di agenti operativi e non operativi) o di ripristinare un nuovo stato di normalità.
Una delle paure ricorrenti del popolo statunitense è appunto la catastrofe. L’America produce centinaia di film catastrofici con maremoti, terremoti, eruzioni, frane, valanghe, orsi, incendi e disastri aerei. Per Dragosei, nei film americani la catastrofe si trasforma in un cataclisma persecutorio che prepara due rappresentazioni. Innanzi tutto si allestisce una nuova apparizione del cerchio ferito e, in secondo luogo, si segna un sentiero che conduce l’eroe al successo. Ogni catastrofe richiama la figura del cerchio invaso. In taluni casi questa occupazione è fisica, con l’ingresso dell’acqua nello scafo della nave o l’aria nella carlinga dell’aereo. In altri casi non è nemmeno necessaria una rappresentazione fisica del disastro, considerando che qualunque evento catastrofico implica l’irrompere del caos nell’ordine, l’invasione di un luogo chiuso.
Quanto alla seconda rappresentazione, ogni catastrofe implica una rivincita e un successo finale dell’uomo. Sono esempi lampanti film come “Indipendence Day” o “Io sono leggenda”, entrambi con Will Smith come protagonista. Ma mentre il primo di questi film presenta degli scenari classici, in riferimento all’irrompere del caos nell’ordine; nel secondo film, paradossalmente, il protagonista si trova a vagare da solo in una città vuota e, forse per questo, ordinata. L’ingresso del caos nell’ordine, in questo caso, ha creato ordine in una città solitamente caotica.
Nella sesta stagione di “24” le catastrofi si susseguono, fino a quella drammatica dello scoppio di una bomba atomica a Valencia, uno dei quartieri di Los Angeles. Il cerchio non è più sicuro, è stato violato e sarà così finché Jack non riuscirà a riprendere possesso delle armi nucleari in mano ai terroristi. Ma se c’è una cosa che il telefilm ci ha insegnato è che le minacce al cerchio non sempre arrivano dall’esterno, ma a volte arrivano dall’interno del cerchio stesso.
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